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Riflessioni sui termini che governano i tributi locali (1).

Premessa

            In tema di finanza locale, accertamento e riscossione sono due procedimenti tecnico-giuridici che si pongono come “due facce di una stessa medaglia”. Esse si completano nel senso che la loro azione combinata realizza le risorse finanziarie per gli Enti locali.

            Nella legislazione tributaria erariale, i due procedimenti hanno avuto sempre disciplina autonoma; nella fiscalità locale, fino a tutto il 2006, non è esistita disciplina applicativa separata per i due procedimenti.

            Con la legge finanziaria del 2007 (L. 296 del 27/12/2006) anche per la disciplina locale è stata emanata la normativa con riconoscimento e regolamentazione autonoma delle due fasi. In allineamento a quanto previsto dalla legislazione erariale, la L. 296/2006 ha disciplinato ai co. 161-162, la fase accertativa; al co. 163 la fase riscossione.

            Ad oggi quindi la fase ACCERTAMENTO – è tale il percorso tecnico-giuridico votato alla definizione dell’an e del quantum debeatur – ha una sua completa autonoma disciplina. Altrettanto, la fase RISCOSSIONE – votata a conseguire il materiale incasso dei tributi definiti in fase accertamento – ha una sua completa autonoma disciplina.

            Le due “facce” trovano il loro compendio normativo – come testè detto – in tre soli commi dell’art. 1 della citata legge 296/2006: il 161 ed il 162, nonché il 163.

            Ai fini della imposizione erariale la disciplina è affidata a due intere articolate e complesse leggi, una per ciascuna delle due fasi: il D.P.R. 29/9/1973 n. 600 per l’ACCERTAMENTO composto di n. 77 articoli, oltre 21 duplicati, ed oltre gli allegati A e B; il D.P.R. 29/9/73 n. 602 per la RISCOSSIONE, composto di 105 articoli senza tener conto di 18 duplicati e delle abrogazioni.

 

§ 1 – Accertamento

            L’antica disciplina (D. Lgs. 15/11/1993 n. 507) dei termini accertativi per i tributi locali, con la previsione della decadenza triennale vuoi per l’ accertamento, vuoi per la rettifica, è stata sostituita, con decorrenza 1/1/2007 dalla nuova che amplia quel termine a cinque anni. Periodo avente decorrenza dall’anno di competenza.

            Vale a dire che il tributo riferito all’anno 2007, vede scadere il tempo utile per la notifica dell’accertamento (d’ufficio o rettificativo) il 31/12/2012.

            Il termine d’accertamento è unico, si tratti d’accertamento, così detto d’ufficio, o rettificativo. Tanto, in difformità dalla tecnica presente nella imposizione diretta ove, per gli accertamenti d’ufficio, in presenza cioè di omessa dichiarazione, è assegnato dalla legge un anno in più (per vero lo stesso principio si ritrovava nella formulazione originaria dell’art. 71/507 = TARSU = ove per l’omessa denunzia si assegnavano ai Comuni 4 anni per l’accertamento, in luogo dei 3 previsti per la rettifica della “infedele” o “incompleta denuncia”).

            All’uopo va tenuto in conto che la legge locale, anche qui in difformità dalla tecnica erariale, non prevede la dichiarazione (o denunzia) annuale perché la prima esonera dalla presentazione per gli anni successivi finchè non si modificano i presupposti (3)

            La dichiarazione, per gli anni successivi al primo, si dà per presentata, con gli stessi elementi presenti nella prima.

            Si adempie perciò all’obbligo di dichiarazione con la ripetizione del solo versamento.

            Per tal motivo la legge, nel disciplinare i tempi per le rettifiche, e/o per i nuovi accertamenti, usa il riferimento, contemporaneamente e anche alternativamente, ai termini linguistici di dichiarazione o versamento.

            Il co. 161 art. 1 L. 27/12/2006 n. 296 dispone: “gli avvisi di accertamento, in rettifica e d’ufficio, devono essere notificati, a pena di decadenza, entro il 31 Dicembre del quinto anno successivo a quello in cui la dichiarazione o il versamento sono stati o avrebbero dovuto essere effettuati”.

            Ivi, le espressioni “rettifica” e “accertamento d’ufficio”, fattispecie diverse che configurano la esistenza o meno della conoscenza del soggetto d’imposta presso il Comune per quel tributo, hanno come riferimento, come detto, indifferentemente la “dichiarazione” o il “versamento”.

            In effetti però, se, per la “rettifica”, i due termini, dichiarazione e versamento, il legislatore li propone (quasi sempre) come sinonimi in quanto il versamento contiene, per legge, implicitamente anche la dichiarazione; non altrettanto si ha nella fattispecie di accertamento d’ufficio, poiché questo si ha quando manca assolutamente la instaurazione del rapporto contributivo. Cioè l’accertamento d’ufficio si ha in assenza assoluta di attività del contribuente che si manifesti quale soggetto passivo d’imposta al Comune. Resta per tal motivo comprensibile la disposizione, letta nella riportata norma, ove è utilizzata la espressione di accertamento d’ufficio, con riferimento al caso d’inesistenza di dichiarazione (e quindi di versamento).

            Non potrebbe utilizzarsi indifferentemente anche la espressione di accertamento d’ufficio con riferimento alla inesistenza del solo versamento, dando per esistente la dichiarazione. La fattispecie d’un versamento senza ci si sia preventivamente costituito debitore verso il Comune per il mezzo della dichiarazione iniziale, non è ipotesi realistica non essendo giuridicamente concepibile versamento senza una prima dichiarazione. La instaurazione del rapporto con l’Amministrazione Comunale infatti è affidata alla dichiarazione iniziale.

            Per il cittadino “non noto” al Comune, come contribuente specifico, il versamento senza una prima dichiarazione, si ha soltanto a seguito di accertamento d’ufficio.

            Per contro ha senso il riferimento contemporaneo a dichiarazione ed a versamento nella fattispecie della rettifica stante la possibile corretta e significativa loro sinonimia funzionale. Ove, dopo la instaurazione del rapporto col Comune per il mezzo della dichiarazione (cui può far seguito o meno il versamento); per i successivi anni si sospendano i pagamenti, ed il Comune, per l’ampliamento della base imponibile, ponga in essere l’atto accertativo, questo va inteso ancora “di rettifica” e non “d’ufficio” non potendosi in tal caso ritenere realizzata la fattispecie della omessa dichiarazione, perché, comunque, il contribuente è noto all’ufficio quale contribuente specifico. E ciò ancorchè il contribuente abbia, per uno, o più anni, sospeso il pagamento annuale: alle singole omissioni annuali dei versamenti scattava l’obbligo dell’avvio della riscossione coattiva (4) secondo le specifiche norme. In tali casi infatti il rapporto debito/credito fra contribuente e Comune non si interrompe finchè non interviene un atto che ne sancisca la interruzione. Essendo la interruzione interesse del contribuente, è questa che ha da farsi parte attiva per realizzare la interruzione.

            La particolarità del caso non resta ininfluente, poiché produce effetti sia ai fini sanzionatori sia ai fini della riscossione coattiva, come meglio si vedrà di seguito.

            In sintesi, al di là delle problematiche terminologiche, la legge assegna ai Comuni, in tema di tributi locali, cinque anni di tempo, a pena di decadenza, sia per gli accertamenti d’ufficio (in assenza, cioè, di dichiarazione di parte), sia per le rettifiche dei valori dichiarati dai contribuenti, soggetti passivi d’imposta, intendendosi ricompresa, nel versamento annuale, la dichiarazione, come fosse resa, anche questa, annualmente: la sospensione del pagamento non interrompe validamente la obbligatorietà del rapporto contributivo e quindi il diritto per il Comune all’avvio della riscossione coattiva (4).

§ 2 – Riscossione

            In ordine alla riscossione degli importi non versati spontaneamente per le singole annualità, la legge fissa a favore del Comune il termine triennale, anche questo decadenziale, per la riscossione coattiva (4) (titolo esecutivo introdotto ex novo con la finanziaria 2007 = Cass. 8350/2012) e ciò a partire dalle iscrizioni a ruolo, dopo il 2006. Infatti, il comma 163 dell’art. 1 della detta L. 27/12/96 n. 296, in vigore dall’1/1/2007, dispone: “nel caso di riscossione coattiva dei tributi locali, il relativo titolo esecutivo deve essere notificato al contribuente, a pena di decadenza, entro il 31 Dicembre del terzo anno successivo a quello in cui l’accertamento è divenuto definitivo”. La motivazione del più breve termine rispetto a quello dettato per l’accertamento è nell’obiettivo di assicurare ai Comuni più veloci riscossioni nell’interesse della gestione dell’Ente.

            Ma quando, l’accertamento che consacra il credito tributario come tale, diventa definitivo?

            Le fattispecie ipotizzabili, oltre che in presenza di dichiarazione (3) presentata secondo legge, sono:

  • accertamento notificato, ma non opposto;
  • accertamento definito con adesione
  • accertamento contestato.

Premesso che la regolare presentazione della dichiarazione dà luogo alla nascita contestuale del titolo per la riscossione e che, se non è spontaneo l’assolvimento del debito, diventa attivabile la procedura “coattiva”; la definitività del “dovuto” può essere conseguita a seconda della fattispecie nella quale ci si trova delle tre testè indicate. A ciascuna di esse si ricollega il dies a quo per l’avvio della fase di riscossione coattiva, come segue:

  1. in caso di mancata opposizione all’accertamento, dal 61^ giorno dalla data della ricevuta notifica;
  2. in caso di adesione all’accertamento, e comunque di definizione concordata con l’Amministrazione Comunale, dalla data dell’atto di sottoscrizione della definitiva intesa sull’an e sul quantum debeatur, ossia dalla acquisizione della certezza del dovuto, nella sua precisa quantificazione. (In ordine alla ipotesi di conciliazione giudiziale di cui all’art. 48 D. Lgs. 546 del 31/12/92 – contenzioso tributario – va fatto riferimento alla peculiarità di questa disciplina. Ivi al terzo periodo del co. III, si legge: “la conciliazione si perfeziona con il versamento, entro il termine di venti giorni…”. Per la ipotesi però di riscossione a mezzo ruolo (co. 3/bis – come modificato da Luglio 2011 con la legge 11/2011 –) il riferimento è fatto alla sola Agenzia delle Entrate, come soggetto attivo: Non sembra dunque applicabile la conciliazione giudiziaria ai tributi locali, per cui è fattispecie non ipotizzabile;
  3. in caso di avvio dell’iter contenzioso, da quando si esaurisce la fase contenziosa, raggiungendo definitività la pronuncia, cioè dal giorno in cui passa in “cosa giudicata” la sentenza. Il riportato comma 163 usa la espressione: “l’accertamento è divenuto definitivo” [in parallelo alla espressione che, nell’art. 25/602, oggi vigente, si legge per le imposte dirette (co. I, lett. b) e c)]. Ovviamente costituisce deroga al sistema la previsione dell’art. 68 del “Contenzioso Tributario” D. Lgs. n. 546 del 31/12/1992, ove, derogando alle disposizioni delle leggi per i singoli tributi, dette disposizioni per le diverse “frazionate” iscrizioni a ruolo in rapporto al grado di giudizio.

La peculiarità della disciplina tributaria locale, che, per i tributi ripetitivi annuali, non richiede la presentazione annuale della dichiarazione (o denuncia) (3), importa che, in tale assenza, si intende consolidata in automatico, la obbligazione come fosse ripetuta la dichiarazione “positiva” dell’anno precedente. E così di seguito, anno dopo anno. Il mancato soddisfacimento della obbligazione annuale fa scattare ad ogni anno il termine triennale per la “riscossione coattiva”. Per tale recupero infatti la legge non richiede preliminarmente un “accertamento” perché il contribuente si obbliga da solo con la prima dichiarazione valida anche per i successivi anni. È evidente che in questi casi il Comune è legittimato alla riscossione senza porre in essere preliminarmente un suo atto impositivo (accertamento).

Il termine quinquennale per la rettifica, visto innanzi, non interferisce con il termine triennale per la riscossione, nei limiti del riscuotibile per avvenuta consolidazione annuale sulla base ogni volta dell’anno pregresso.  Va inteso che il maggior termine disposto a favore del procedimento accertativo, (2 anni in più per l’accertamento rispetto alla riscossione) dà diritto al recupero del maggior tributo nel termine più lungo ma per quella sola parte che maturerà in più, rispetto al debito consolidato. Per l’effetto il tributo, per l’annualità sottoposta a rettifica, rispetterà due diversi termini per la riscossione: l’importo consolidatosi sulla base della precedente annualità, ove – come detto – il tempo utile per la riscossione coattiva a favore dell’Ente locale è di tre anni, a pena di decadenza; la parte differenziale, effetto della rettifica, seguirà i canoni per la definizione a seguito di accertamento, come precisato in avvio di paragrafo.

All’uopo è il caso precisare cosa si intende per riscossione coattiva?

È riscossione coattiva, la riscossione a mezzo ruolo, in difetto del versamento spontaneo (4).

Il ruolo (la cui formazione spetta all’Ente impositore) è infatti il “titolo” che abilita il concessionario, a redigere la cartella di pagamento (cartolarizzazione del credito), per la notifica al contribuente destinatario, e dà l’avvio alla riscossione, attività equivalente alla civilistica intimazione al pagamento o, all’ “atto di precetto”, avvio della procedura coattiva.

L’art. 17 del D. Lgs. 46 del 26/2/1999, sia per le Entrate dello Stato, al I co, sia per le Entrate comunali e locali in genere, al II co., dispone che è effettuata a mezzo ruolo “… la riscossione coattiva delle entrate…”.

Da non confondere, sul piano legislativo, per i non addetti ai lavori, la “riscossione coattiva” che si avvia col ruolo e quindi, per il contribuente, con la ricezione della cartella di pagamento (art. 17/46-99), CAPO II, Titolo I D.P.R. 602/73 (artt. 45/48-bis), con l’avvio della esecuzione forzata, della “espropriazione forzata” (art. 49/602 e ss.), mobiliare, immobiliare, presso terzi, ecc. (a questa attività espropriativa è solo propedeutico il ruolo, primo atto per la riscossione coattiva).

In conclusione i Comuni, per la riscossione dei tributi già definiti e loro dovuti, con ricorrenza ripetitiva annuale, hanno un tempo di tre anni, prima che ne perdano il diritto alla riscossione (triennio avente decorrenza secondo le fattispecie innanzi descritte).

Vale a dire che, quanto non è oggetto di variazione, o quanto comunque variato e venuto a conoscenza dei Comuni, in forza della dovuta adempiuta tempestiva dichiarazione (o denuncia) da parte del contribuente, deve essere riscosso, se non spontaneamente pagato dal soggetto passivo (contribuente), entro tre anni a pena di decadenza dal verificarsi del presupposto per la riscossione. Nel termine triennale cioè deve essere avviata la riscossione coattiva, consistente nella notificazione della cartella di pagamento.

Entro tale limite le riscossioni non avviate, restano perdute definitivamente a favore dei debitori avendo la legge precisato che il termine è decadenziale.

Resta aperto il termine quinquennale a favore dei Comuni per le sole eventuali “maggiori pretese”.

§ 3 – Maggiori Imposte

Le disposizioni dei commi 161-162 e 163 dell’art. 1 L. 296/2006, disciplinanti: il 161-162, l’accertamento; ed il 163, la riscossione, messe a confronto, realizzano una ragionata dicotomia delle scadenze temporali, ai fini della riscossione dei tributi locali. Infatti, al di là della opportunità che s’è ritenuto affidare ai Comuni, più ampia per l’attività accertativa (5 anni), e più breve (tre anni) per la riscossione, questo più breve, nell’ottica di spingere a veloci recuperi per meglio rispondere alle esigenze di cassa degli Enti locali, sul piano sistematico della gestione delle entrate, il legislatore ha in concreto disposto il frazionamento del tempo di riscossione in presenza di accertamenti rettificativi: ha mantenuto fermo il termine breve (3 anni) per quanto “è inteso come dichiarato” dalla parte; ha riportato sotto la disciplina dell’accertamento per i maggiori tributi derivanti dalla rettifica.

In sintesi: per la parte del dovuto già consolidata sulla base delle precedenti annualità (importi dei quali i Comuni hanno da subito gli elementi per avviare la riscossione), il mancato avvio della riscossione coattiva nel triennio, importa che il credito resta “prescritto” in danno del Comune, non essendosi Questo attivato tempestivamente, incorrendo così nella decadenza. Resta legittimamente aperto il tempo per la riscossione per la parte differenziale (vale a dire per le maggiori imposte accertate in rettifica), da rinviare all’epoca della loro definizione.

Né ai fini della quota già riscuotibile nel triennio, a decadenza verificata, un eventuale accertamento, non d’ufficio, ma rettificativo, potrebbe produrre validi effetti giuridici. Sarebbe come far rivivere qualcosa che è già esaurito!

In altri termini, la eventuale “adozione” da parte del Comune del “falso” atto formale di “accertamento” – esprimendo accertamento d’ufficio – in luogo dell’atto di “rettifica” - puntuale espressione accertativa, in presenza di rapporto impositivo esistente - non legittima la reviviscenza d’un tempo esaurito. In questi casi dunque il comune è legittimato a recuperare solo le maggiori imposte accertate non anche quella parte che ha esaurito il suo tempo di riscossione. In conformità di legge, quindi, l’intero tributo dell’accertamento rettificativo va sezionato ai fini della riscossione: quanto proviene dal passato, e quanto proviene dalla rettifica (le maggiori imposte).

Ai fini dei termini per la riscossione – ripetesi – l’eventuale èscamotage di denominare accertamento (che è d’ufficio), (nell’intento di recuperare la intera posta attinente all’esercizio), ciò che è rettifica, non produce l’effetto di ampliare il termine triennale in quinquennale per la parte di tributo consolidato e riscuotibile in tre anni! La finalità mistificatrice comunale, emergerebbe di tutta evidenza! E,  la interpretazione che il “dovuto”, come accertato, sia un tutt’uno, senza la distinzione di quanto sottoposto alla disciplina dei co. 161-162 e di quanto sottoposto alla disciplina del co. 163, non sarebbe fedele alla voluta distinzione che quei commi hanno voluto regolamentare (5). Per tal verso si porterebbe sotto la disciplina del termine lungo quanto di appartenenza al termine breve, sotto mentite spoglie! Ma un tale risultato non trova riscontro nella legge.

L’aspetto formale della definizione accertamento d’ufficio / rettifica non interviene sul trattamento giuridico della riscossione delle due “quote” e ciò proprio in forza della specifica disciplina locale che esclude la dichiarazione annuale e che fissa il termine per la riscossione coattiva a tre anni (co. 163 art. 1 L. 296/2006).

Il maggior termine quinquennale ha valenza solo per la notifica dell’accertamento. Ove l’accertamento non sia d’ufficio, ma rettificativo, il termine lungo (5 anni) resta ancora valido, senza coinvolgere però la riscossione, nel senso che esso resta valido per la maggior posta accertata d’ufficio. Nell’accertamento rettificativo, quel lungo termine subisce un frazionamento ai fini della riscossione, e la rettifica esplica gli effetti sulle sole maggiori imposte.

Diversamente si riconoscerebbe all’accertamento rettificativo forza di rivivificazione di quanto già prescritto, in conseguenza della scadenza del tempo utile di riscossione. In ordine alla “maggiore imposta accertata” avvalendosi del termine lungo del quinquennio, e per la sola parte differenziale, il dies a quo  per il calcolo del triennio, sarà quello della definizione, come innanzi individuato. In concreto però questa parte differenziale, avrà beneficiato del lustro per l’accertamento così che si potrà avere che la riscossione avvenga quanto meno a distanza di 8 anni dall’anno di competenza.

§ 4 – Conclusioni

Per gli accertamenti, il termine utile dettato dai co. 161-162 dell’art. 1 L. 296/2006 è unico per l’accertamento d’ufficio e per la rettifica.

Per la riscossione, prescindendo dall’azione accertatrice, ed in presenza almeno d’una prima dichiarazione (che non si reitera annualmente) il termine decadenziale per l’avvio della riscossione coattiva è di tre anni. In ogni anno scade quanto dovuto per il terzo anno precedente, indipendentemente dalla dichiarazione annuale che comunque non è richiesta, dopo la prima.

Per la riscossione in corrispondenza degli accertamenti d’ufficio (cioè in assenza d’una prima dichiarazione di parte) il termine triennale di riscossione ha il suo dies a quo dalla definizione dell’accertamento.

Per la riscossione, in presenza di rettifica (e non di accertamento d’ufficio) del Comune, va scisso l’importo dovuto fra il quantum  rinveniente dalla precedente annualità ed il maggior tributo effetto della rettifica.

Alias: per la parte dichiarata e non versata, intendendo dichiarata la quota dovuta rinveniente dal precedente anno, non rettificata in pejus dal contribuente, la riscossione col ruolo va avviata a pena di decadenza nei 3 anni dall’anno di competenza anche in caso di riserva tacita o espressa, da parte del Comune di procedere a rettifica di quel valore.

Per la sola parte differenziale, l’avviata procedura rettificativa produce effetto sospensivo per la riscossione.

In ultima analisi, i Comuni hanno da rispettare il triennio per l’avvio della riscossione anche quando hanno ancora titolo per maggiori pretese che eserciteranno nel quinquennio.

Avviato il procedimento rettificativo, rimanderanno la riscossione, della sola parte differenziale, a quando sarà definitivamente accertata la quota parte in melius per il Comune e comunque entro tre anni dalla data di definizione, ferma la riscossione della parte consolidata, nel triennio secondo il principio di competenza temporale.

Né può sorgere dubbio che nell’attivazione della procedura accertativa nel termine lungo (5 anni) si recuperi anche quanto già dovuto e non già incassato nel rispetto del termine triennale di cui al co. 163 in esame!

Quel diritto non esercitato e lasciato scadere col triennio non può essere rivivificato dall’accertamento posto in essere, legittimamente, nel tempo lungo di 5 anni come previsto dai co. 161-162!

La procedura accertativa posta in essere oltre il termine triennale, ma nel quinquennio, produce effetti dilatori sulla riscossione della sola “maggiore” imposta, restando l’azione rettificativa ininfluente sulla parte di debito ormai prescritto con lo spirare dei tre anni da quando poteva e doveva essere incassato.

Né è possibile che il legislatore abbia usato indifferentemente “accertamento” o “rettifica” per estendere il termine quinquennale di riscossione a tutto quanto accertato nel quinquennio.

Resterebbero frustrate per tal verso entrambe le “rationes” del termine breve e del termine lungo, autorizzando i Comuni a porre in essere accertamenti, anche eventualmente pretestuosi, al solo fine di recuperare un termine ormai spirato!

La frustrazione per il termine breve sarebbe di immediata intuizione!

 

 

 

 

Nota 1)           Per comprendere il senso della tesi della prescrizione triennale del credito consolidato del tributo locale bisogna intendere a cosa s’è riferito il legislatore nel co. 163 dell’art. 1 L. 296/2006 quando ha fatto riferimento alla definitività dell’accertamento.

Al riguardo va detto che la “definizione” dell’accertamento consegue sia ad una procedura non contenziosa che ad una procedura contenziosa.

Nel primo caso la “definizione” discende da dichiarazione di parte relativa all’anno di competenza. Essa ha valenza di dichiarazione anche per le annualità successive.

Giuridicamente si intende che il contribuente “ha reso” la dichiarazione anno per anno.

A questo caso resta assimilata ovviamente la eventuale definizione concordataria. Nasce per l’effetto annualmente il diritto alla riscossione per il Comune. Cioè, senza bisogno di attività accertativa, in tali casi il Comune è abilitato (recte: obbligato) all’avvio della riscossione mediante iscrizione a ruolo. E per essere il ruolo effetto d’inadempimento (omesso versamento) spontaneo del contribuente, l’azione di recupero assume natura di riscossione coattiva. Il termine utile per il Comune è di tre anni rispetto all’anno di competenza (es.: 2008 – 2011).

Nel secondo caso di definizione a seguito di procedura contenziosa per contro, il termine (triennale) decorrerà, dalla definitività del “contenzioso” inteso nel senso di pronuncia “definitiva” (passata in giudicato) per la parte contestata e cioè per il maggior accertamento, in caso di azione rettificativa del Comune. Il Comune in questa ipotesi dovrà rispettare il termine triennale per la riscossione una prima volta per la parte che si riprende dall’anno precedente; una seconda volta per la parte differenziale decisa dal Giudice.

Investirà la disposizione della decadenza triennale l’intero accertamento in caso di “accertamento d’ufficio” che si ha in presenza di omessa dichiarazione: è la ermeneutica del diritto che induce a questa conclusione.

Nota 2)            La opportunità della riflessione discende da due circostanze:

  • la innovatività della disciplina rispetto alla tradizione nei tributi locali con la introduzione d’un suo termine decadenziale per la riscossione, non risultante dalla precedente disciplina;
  • l’esonero, comprensibile, dalla formalità della presentazione della dichiarazione (o denuncia) annuale, nella imposizione locale, individuando il presupposto d’imposta in fattori pressoché immutabili nel tempo (superfici, per TARSU, TOSAP, Pubblicità, ecc.);
  • la conoscenza, per la prima volta con la L. 296/2006, di due termini diversi da rispettare per l’esercizio di propri diritti da parte del Comune e che sono di 5 anni per l’accertamento (comprendente la rettifica) dell’an e del quantum debeatur; di 3 anni per l’avvio della riscossione coattiva, quando, ovviamente, il versamento del dovuto non avviene spontaneamente, come è norma base per la finanza locale.

Nota 3)           Art. 8/507 per pubblicità co. III, la “dichiarazione” annuale ha effetti anche per gli anni successivi; art. 50/507 per TOSAP, co. II “l’obbligo della denunzia non sussiste per gli anni successivi”; art. 70/507 per TARSU co. II “ha effetto anche per gli anni successivi”.

Per i tributi locali TOSAP e TARSU la legge di compendio 507 del 15/04/93 II co. affida la instaurazione del rapporto tributario con l’Ente impositore alla “denuncia” e non alla “dichiarazione” (recte: “denuncia”: art. 50/507 per TOSAP; art. 70 per la TARSU; art. 3 per ICIAP).

Nota 4)           Nel caso in esame la riscossione a mezzo ruolo assume connotazione “coattiva” perché è effetto d’inadempimento ad un versamento che la legge attribuisce al contribuente di suo impulso.

La riscossione a mezzo ruolo ha connotazione “spontanea” (più propriamente: non coattiva), quando la legge non prevede come prima forma di adempimento il versamento spontaneo, o quando, per il pagamento, il contribuente, tempestivamente, richiede la distribuzione del carico in rate.

Nota 5)           L’accertamento nella ipotesi trattata nel testo, è, tecnicamente rettificativo e non d’ufficio non potendosi ritenere il cittadino sia incorso in omessa dichiarazione (ma solo in omesso versamento) per gli illustrati principi che governano questi tributi. Non si realizza per l’effetto la fattispecie della omessa dichiarazione. Alla opposta interpretazione ci si potrebbe sentir legittimati, giusta per la sinonimia utilizzata dal legislatore nel co. 162, dell’accertamento. Ma tanto è contrastato dal co. 163.

In questo caso la obbligazione tributaria proviene dalla sussistenza del presupposto impositivo, vale a dire dalla sussistenza della obbligazione per l’anno precedente, non annullata da dichiarazione negativa dell’anno in corso.